“ QUANTITA’ IN AUMENTO E GRANDE EQUILIBRIO NONOSTANTE IL CALDO ESTREMO”
Dopo quattro settimane di raccolta si è conclusa la vendemmia della Umberto Cesari.
Caldo intenso e prolungato, gestione agronomica e raccolta anticipata: in cantina arrivano più uve rispetto al 2025
Castel San Pietro Terme (BO), settembre 2026 – È un’annata che ha messo alla prova la viticoltura quella che si è appena conclusa nei vigneti di Castel San Pietro Terme (Bo) e di Montecatone di Imola della Umberto Cesari. Un’estate caratterizzata da temperature eccezionalmente elevate e da ondate di calore che, iniziate già a metà maggio, si sono protratte per tutta la stagione.
La vendemmia 2026 si è chiusa con un bilancio positivo: una quantità di uve leggermente superiore rispetto al 2025 e una qualità che, in alcuni casi, si è rivelata persino migliore.
Un risultato tutt’altro che scontato, soprattutto in un’annata nella quale il principale fattore di rischio non è stata tanto la disponibilità idrica quanto la durata dello stress termico.
«Il 2026 ci ha ricordato quanto sia importante ascoltare la vigna e intervenire nel momento giusto – racconta Gianmaria Cesari –. Il caldo è stato intenso e soprattutto molto prolungato. Abbiamo seguito quotidianamente l’evoluzione delle piante e delle uve, adattando gli interventi e le date di raccolta alle condizioni effettive dei vigneti. Il risultato ci conforta: abbiamo portato in cantina più uva rispetto allo scorso anno e, soprattutto, mosti che ci sembrano molto equilibrati».
La difesa dal caldo: zeolite e caolino
Per affrontare le condizioni climatiche estreme, la Umberto Cesari ha messo in campo un programma di protezione dei vigneti basato anche sull’impiego di materiali di origine minerale e sostenibile.
In primavera è stata utilizzata la zeolite, una polvere di roccia impiegata come supporto nella gestione agronomica della pianta e nella riduzione del ricorso ai fitofarmaci. Con l’arrivo delle temperature più elevate, quando il termometro ha superato stabilmente i 35 °C, l’azienda è passata al caolino, applicato sotto forma di sospensione acquosa sulla vegetazione.
Il sottile velo bianco che si deposita sulle foglie e sui grappoli contribuisce a riflettere la radiazione solare e a limitare il surriscaldamento della chioma.
«L’obiettivo non era semplicemente difendere la pianta dal caldo, ma cercare di mantenere il più possibile il suo equilibrio – spiega Marisa Fontana, agronoma della Umberto Cesari –. In queste condizioni rallentare l’accumulo degli zuccheri e consentire alla maturazione fenolica di procedere in modo coerente è fondamentale. È una questione di tempi, osservazione e precisione».
Raccolta anticipata a dopo Ferragosto
La vendemmia è partita poco dopo Ferragosto, in anticipo rispetto al 2025. Le prime uve raccolte sono state quelle destinate alla produzione di vini base per la spumantizzazione, per preservare la componente acida indispensabile a garantire freschezza, carattere e longevità.
Sono quindi entrate in cantina le varietà precoci – Chardonnay e Sauvignon – raccolte alle prime luci dell’alba, quando le temperature più basse permettevano di preservare al meglio l’integrità delle uve.
A seguire è stato il turno del Merlot, che si è rivelato una delle sorprese più positive dell’annata.
«Il Merlot è stato probabilmente il vitigno che ci ha dato le maggiori soddisfazioni – racconta Gianmaria Cesari – in modo particolare le uve provenienti da un vigneto nuovo a Montecatone di Imola. Ha avuto un germogliamento uniforme, una crescita contenuta e costante e una chioma ricca ma non eccessiva, capace di proteggere i grappoli. Le uve erano molto belle, con un ottimo equilibrio e una dotazione colorante sorprendente considerando il caldo».
La raccolta è poi proseguita con Sangiovese, Merlese e Uva Longanesi, seguendo l’evoluzione dei singoli vigneti e dei parametri analitici e sensoriali.
«Perché aspettare?» La scelta di anticipare la raccolta
In un’annata segnata da condizioni climatiche estreme, anche la scelta del momento della vendemmia ha assunto un’importanza particolare.
Il rischio di eventi improvvisi, come temporali e grandinate, si è sommato a una condizione delle uve che, per molte varietà, era già considerata ottimale. Prolungare la permanenza in vigna avrebbe significato aumentare l’esposizione a un clima imprevedibile senza necessariamente ottenere un vantaggio qualitativo.
Vigneti adulti capaci di affrontare lo stress
Il comportamento dei vigneti ha evidenziato differenze significative legate soprattutto all’età delle piante.
La vera cifra di questa annata non è stata la siccità, ma il caldo – precisa Gianmaria Cesari –. Le riserve idriche ci hanno aiutato molto. Il problema è stato lo stress termico protratto: abbiamo visto le foglie invecchiare precocemente e le piante mostrare i segni della fatica. Ma i vigneti adulti hanno dimostrato una resilienza importante».
Le vigne giovani, con meno di cinque anni, hanno richiesto qualche intervento irriguo aggiuntivo. I vigneti adulti, invece, hanno avuto bisogno soltanto di un leggero soccorso idrico, grazie anche alle riserve d’acqua accumulate nel terreno durante l’inverno. Una caratteristica particolarmente significativa dei nostri terreni a componente argillosa, soprattutto nelle aree a ridosso dei calanchi, dove la capacità di trattenere l’acqua ha contribuito a sostenere le piante durante i mesi più caldi.
Merlot, Pignoletto e Albana: le altre uve protagoniste
Oltre al Merlot, anche altre varietà hanno fornito indicazioni particolarmente interessanti.
Il Pignoletto, nonostante una certa presenza di acinellatura, ha dato una produzione soddisfacente e uve con un livello di maturazione ritenuto adeguato, mantenendo una componente acida coerente con il profilo di freschezza richiesto dal vino.
L’Albana si è distinta per l’eccellente qualità dei grappoli, destinati alla produzione del passito Colle del Re. Le uve, raccolte in condizioni ottimali sono ora in fruttaio, dove proseguiranno il processo di concentrazione naturale degli zuccheri.
Interessante anche la risposta della Merlese, varietà alla base del progetto dedicato al fondatore dell’azienda da cui otteniamo appunto UMBERTO. Le uve, succose e ricche di note fruttate, hanno dato un mosto caratterizzato da una componente tannica adatta a sostenere un lungo affinamento.
Sangiovese, il filo conduttore
E poi il Sangiovese, vitigno simbolo della Umberto Cesari, che anche nel 2026 ha confermato la propria capacità di esprimersi in maniera diversa a seconda delle caratteristiche dei singoli vigneti.
Terreno, esposizione, età delle piante, clone e grado di maturazione hanno determinato partite differenti, che verranno destinate alle diverse interpretazioni del vitigno: dal Sangiovese base alla Riserva, fino a Resultum, il vino ottenuto dalla selezione e dall’assemblaggio di diversi cloni.
Buoni risultati sono arrivati anche da Cabernet e Uva Longanesi, destinati a completare alcuni dei blend storici dell’azienda insieme al Sangiovese.
«L’equilibrio è il nostro vero obiettivo»
La vendemmia 2026 consegna quindi alla cantina una materia prima che dovrà ora essere interpretata attraverso le diverse fasi di vinificazione e affinamento.
«In un’annata così estrema, il nostro obiettivo non era inseguire la perfezione di un parametro, ma preservare l’equilibrio complessivo delle uve – conclude Gianmaria Cesari –. La gestione agronomica, il lavoro quotidiano delle nostre persone e la capacità di decidere rapidamente hanno fatto la differenza. Ora sarà la cantina a dirci fino a dove potranno arrivare questi vini, ma le premesse sono molto interessanti».
Una vendemmia che, ancora una volta, racconta il rapporto sempre più stretto tra viticoltura e cambiamento climatico e conferma quanto la capacità di adattamento, la conoscenza dei vigneti e la tempestività delle decisioni siano diventate elementi centrali per la qualità del vino.